Comunicare la scienza nell’era dell’infodemia: Twig & HCC nel corso del Prof. Morandini all’Università degli Studi di Milano

Comunicare la scienza nell’era dell’infodemia: Twig & HCC nel corso del Prof. Morandini all’Università degli Studi di Milano
22.07.2026
Come comunicare la scienza in modo efficace alla popolazione? Questa è una domanda cruciale in un’epoca in cui siamo esposti a una sovrabbondanza di informazioni e a fenomeni comunicativi quali la polarizzazione e la disinformazione, che ha rappresentato il tema portato da Twig e HCC al corso “Advanced Plant Cell Biotechnology” dell’Università degli Studi di Milano, tenuto dai Professori Piero Morandini e Paolo Pesaresi, e affrontato dal punto di vista del design, dell’intelligenza artificiale e della comunicazione.

Cosa ci fanno Designer, IT Manager ed esperti di PR in un corso di Biotecnologia e Bioinformatica? Il tema è tutt’altro che trascurabile: come comunicare la scienza in modo efficace in un'epoca di sovrabbondanza informativa, polarizzazione e disinformazione. Due docenti dell'Università degli Studi di Milano, il Prof. Piero Morandini (dipartimento di Scienze e politiche ambientali) e il Prof. Paolo Pesaresi  (dipartimento di Bioscienze), vista l’importanza del tema, sempre più cruciale per chi si avvia alla carriera scientifica, hanno deciso di dedicare tre ore dell’insegnamento di “Advanced Plant Cell Biotechnology” (rivolto agli studenti del corso di Laurea "Molecular Biotechnology and Bioinformatics"), lasciando però il campo ai professionisti di Twig & HCC – HealthCom Consulting. Il ciclo, intitolato Designing an effective science communication, ha portato in aula relatori con background complementari – design strategico, comunicazione, PR farmaceutiche, intelligenza artificiale – per offrire agli studenti un percorso che intreccia teoria, framework operativi e simulazioni pratiche. “Negli anni abbiamo percepito la crescente importanza per i nostri studenti in biotecnologie di sapere come comunicare il valore, i benefici e anche i limiti di queste tecnologie. Non basta che padroneggino le conoscenze e sappiano usare le tecnologie nei vari ambiti (ad es. industriale o vegetale), ma che sappiano presentare e difendere adeguatamente conoscenze e tecnologie davanti a diverse categorie di persone: dalla gente comune agli insegnanti o ancora davanti a chi potrebbe legiferare o finanziare la ricerca. Saper comunicare richiede educazione, chiarezza di idee e pratica, che però l’università spesso non fornisce.” - Professor Piero Morandini.

Progettare la comunicazione scientifica: un framework

Il primo incontro, condotto da Caterina Petroni e Laura Jurinich, ha posto le fondamenta concettuali del percorso. Nel panorama mediatico contemporaneo – caratterizzato da frammentazione dei canali, polarizzazione dei contenuti e fluidità dei significati culturali – emerge il principio chiave: "You cannot not communicate". Non comunicare è già una scelta, e qualunque vuoto lasciato verrà riempito da qualcun altro, spesso da fonti meno affidabili.  Da questa premessa è stato proposto un framework operativo articolato su sei domande fondamentali – Why, Who, Where, When, What, How – che può aiutare un ricercatore o comunicatore a costruire un messaggio di comunicazione efficace, toccando diversi punti cruciali: designing vuol dire progettare una comunicazione facendosi prima una serie di domande, invece che semplicemente trasmettere; per una comunicazione efficace bisogna sempre mettersi nei panni di chi ci ascolta, pensando a chi è, che bisogno ha, in che stato emotivo è, perché dovrebbe ascoltarci; chi si occupa di life sciences ha una forte responsabilità, che però è anche un’opportunità. Il take away è stato un Communication Framework completo: dalla definizione dell'obiettivo alla scelta del key message, dalla costruzione dello "scheletro" del contenuto fino alla revisione finale su accessibilità, apertura all'interpretazione e credibilità.  “Ho apprezzato molto queste sessioni perché, prima o poi, noi futuri biotecnologi (sia che scegliamo la carriera accademica o quella industriale) dovremo confrontarci con la necessità di comunicare le nostre idee, partecipare a dibattiti, convincere l'opinione pubblica in modo etico riguardo alle nostre ricerche o proposte, richiedere finanziamenti pubblici, e così via. Si tratta di una formazione che non avevo mai ricevuto in precedenza durante il mio percorso universitario e che ritengo fondamentale, in quanto ha incluso la comprensione dell'importanza della comunicazione scientifica e l'apprendimento relativo a una sua progettazione e realizzazione efficace.” - Marcel Piotrowicz, studente del corso.

Il ruolo dell'AI nella comunicazione scientifica

Il secondo incontro ha visto protagonisti Simone Dall'Angelo e Caterina Petroni, in un intervento dedicato a uno dei nodi più delicati della comunicazione contemporanea: il rapporto tra intelligenza artificiale, infodemia e disinformazione. L'AI generativa porta nella comunicazione scientifica opportunità e rischi: da un lato strumento prezioso per la generazione di contenuti, l'adattamento all'audience, il supporto al fact-checking e la preparazione alle interviste; dall'altro acceleratore senza precedenti della disinformazione, capace di produrre claim scientifici fabbricati, deepfake e contenuti anti-science su scala industriale. Attenzione è stata posta sull’information disorder: distinzione tra misinformation (informazione errata diffusa senza intento), disinformation (informazione falsa diffusa intenzionalmente) e malinformation (informazione vera, ma usata per attaccare). È poi stato condiviso un debunking framework - applicabile a diversi contesti e tipi di contenuto per combattere la disinformazione - in quattro passaggi: enunciare il fatto, avvertire del mito, spiegare la fallacia, ribadire il fatto. Fra i concetti chiave emersi: “Know your enemy”: monitorare fonti di disinformazione e conoscere le forme che la disinformazione può assumere serve a contrastarle in modo più efficace. La disinformazione è entrata attivamente nella lezione attraverso un case study presentato: gli studenti sono stati prima esposti a una slide con dati apparentemente autorevoli sul tema del Golden Rice ma completamente inventati ("Lancet Biotechnology", percentuali fabbricate, riviste inesistenti), per poi vedere svelato l'inganno nella slide successiva. Un esercizio che ha mostrato in modo tangibile quanto sia facile (e soprattutto veloce, grazie all’AI) costruire disinformazione professionale – e quanto critico sia, per i futuri ricercatori, sviluppare la capacità di riconoscerla.

Dalla teoria alla pratica: comunicare al pubblico giusto

Il terzo e ultimo incontro, condotto da Katia Goldoni, Serena Ballabio, Laura Jurinich, Caterina Petroni e Simone Dall’Angelo ha portato i ragazzi dalla teoria alla pratica attraverso un’esercitazione. Gli studenti, nel ruolo di ricercatori biotecnologici, avvalendosi anche di strumenti di intelligenza artificiale, sono stati divisi in due gruppi. Ogni gruppo ha dovuto progettare un contenuto social per promuovere una pagina differente di approfondimento scientifico sugli OGM con l’obiettivo di ampliare la narrazione sul tema. I canali scelti, Instagram e LinkedIn, sono stati dedicati alla riflessione su target esemplificati da due personas: Marco, il giornalista clickbait, alla ricerca di titoli sensazionalistici e quote drammatici; Sara, la "crunchy mom", madre attenta alla salute dei figli, esposta a disinformazione sui social ma sinceramente in cerca di risposte affidabili. Per ciascun profilo gli studenti hanno dovuto applicare il toolkit del ricercatore – le cinque domande WHO, WHAT, HOW, WHERE, WHY – e adattare linguaggio, tono ed empatia al proprio interlocutore,. Fra i take away dell’incontro, la consapevolezza che lo stesso contenuto scientifico richiede strategie comunicative profondamente diverse a seconda del destinatario. “Ho trovato il seminario sulla comunicazione molto arricchente nell'ambito del corso, e questo per due motivi: in primo luogo, mi ha aiutato a capire che comunicare non significa semplicemente spiegare un concetto, ma che il modo in cui lo si espone può fare davvero la differenza quando ci si rivolge a non specialisti. In secondo luogo, mi ha offerto molti spunti di riflessione e ho trovato il laboratorio in aula davvero stimolante.” - Luca Martinelli, studente del corso.

Una sintesi tra rigore scientifico e cultura del design

Il valore del ciclo di lezioni risiede nella sua capacità di colmare un gap formativo importante: la comunicazione efficace non è un'abilità innata né un orpello accessorio al lavoro scientifico, ma una competenza progettuale che può – e deve – essere appresa con metodo. Per studenti che si formano in Molecular Biotechnology and Bioinformatics, settore in cui il dibattito pubblico è spesso inquinato da disinformazione, questa consapevolezza è particolarmente rilevante. “L’AI non sostituirà gli scienziati che sanno comunicare bene, ma gli scienziati che usano l'AI per comunicare sostituiranno quelli che non lo fanno". Il ciclo di lezioni è stato, quindi, un invito a non delegare, ma a integrare. A progettare, non a improvvisare. E soprattutto, a riconoscere che nella scienza – come nel design – la forma con cui un contenuto raggiunge il suo destinatario è parte integrante del contenuto stesso. Il ringraziamento va ai Prof. Piero Morandini e Paolo Pesaresi per aver aperto il proprio corso a un dialogo interdisciplinare tra biotecnologie e cultura della comunicazione, consentendo all team di Twig & HCC di portare in aula una metodologia maturata in oltre vent'anni di lavoro al fianco di istituzioni, aziende farmaceutiche e centri di ricerca italiani e internazionali.
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